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Ricky Memphis: “La fede, un’ancora contro la paura”

La fede rappresenta la mia forza, l’unica ancora contro la paura, la depressione e lo sconforto. È la salvezza della mia vita, nel senso che non potrei pensare di non avere fede
8 Maggio 2024

Dai ricordi dell’infanzia fino alle scelte della maturità, passando attraverso l’allontanamento di una crisi adolescenziale. Uno dei caratteristi più amati dal pubblico televisivo e cinematografico italiano, all’anagrafe Riccardo Fortunati, apre il cuore e racconta il suo rapporto con la fede e quel che oggi sogna per i suoi due figli su unitineldono.it, intervistato da Stefano Proietti.

Ve ne proponiamo un breve estratto.

A 55 anni, è uno dei volti televisivi e cinematografici più amati dal pubblico italiano, per la sua innata simpatia, per quel mix affascinante di spontaneità, timidezza e talvolta un pizzico di goffaggine. Quanto del vero Riccardo Fortunati c’è nei personaggi interpretati sul set da Ricky Memphis?

Posso dire che c’è, allo stesso tempo, poco e molto. Sono io che li interpreto, e quindi ogni cosa parte da me, ma sono anche personaggi scritti da qualcun altro; quindi, spesso mi trovo a dover interpretare aspetti del carattere umano che non mi si addicono. Per esempio, non sono certo razzista come Pino, l’infermiere di “Tutto chiede salvezza” che ho recentemente interpretato, anche se magari con la mia personalità ho contribuito a tratteggiare qualche altro aspetto di quel carattere. Sinceramente non saprei dire dove è il confine tra quello che devo interpretare e quel che aggiungo di mio…

Origini popolari, nel quartiere romano di Monte Mario, una famiglia numerosa, unita e affettuosa. Cosa porti oggi con te dell’educazione che hai ricevuto?

Innanzitutto, l’amore per la famiglia, il rispetto per chi ti è vicino e la consapevolezza che il primo vero prossimo sono proprio le persone della tua famiglia. A casa mi hanno insegnato il rispetto, l’amore e direi proprio l’importanza che questa realtà fondamentale, la famiglia, ha nella vita di ciascuno di noi.

Sei stato educato alla fede, da bambino, ma poi c’è stato un periodo della vita, tu stesso lo hai raccontato, in cui il contesto in cui ti trovavi ti aveva allontanato dalla vita cristiana. Quando si è riaccesa questa fiamma?

In realtà la fiamma della fede non si è mai spenta. Ho sempre sentito una grande attrazione verso il cristianesimo e verso la figura di Gesù. Però quando sono entrato in quell’età della vita in cui ti sembra di essere costretto ad omologarti al gruppo, al “branco”, ho cercato di allontanarmene. Non l’avevo persa, davvero; ero io che cercavo di sfuggire a questa attrazione, perché nell’ambiente dove sono cresciuto l’essere cristiani, cattolici, era visto in modo negativo. Quell’attrazione, però, ho continuato a sentirla e quando ho finalmente iniziato a pensare davvero con la mia testa, quando sono cresciuto e maturato, ho capito che quella fede mi apparteneva e l’ho abbracciata con orgoglio. Se prima un po’ me ne ero vergognato, a un certo punto ho cominciato ad esserne fiero e ormai è molto che la vivo così.

Ci sono delle figure di sacerdote a cui sei stato (o sei ancora) particolarmente affezionato o verso le quali nutri una speciale gratitudine?

Sì, c’è sicuramente don Paolo, che era parroco alla Balduina, qui a Roma, quando io ero più giovane (don Paolo Tammi, che oggi è preside dell’Istituto Pontificio S. Apollinare è stato per 25 anni nella parrocchia di San Pio X, n.d.r.). È stato mio direttore spirituale e mio confessore, ma anche mio amico ed è una persona alla quale sono molto legato.

Nella tua vita attuale, cosa rappresenta per te la fede?

La fede rappresenta la mia forza, l’unica ancora contro la paura, la depressione e lo sconforto. È la salvezza della mia vita, nel senso che non potrei pensare di non avere fede. Prego Dio tutti i giorni che me la accresca, e anche di molto… So di non essere un grande fedele, ma in Gesù, in Dio e nella Chiesa io ci credo e questo mi dà una grande forza, anche nei momenti meno belli.

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