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della Conferenza Episcopale Italiana

Da Vicenza la storia di don Cecchetto per facebook sacerdoti

C’è un giorno in cui tutto cambia è la storia di don Giovanni Cecchetto, prete vicentino, che da quarant’anni vive in sedia a rotelle dopo un incidente d’auto. Lui non aveva la patente ma un giorno un amico che lo accompagnava sbandò, uscì di strada e lui ebbe la peggio. Restò paralizzato agli arti inferiori. […]
31 Gennaio 2017
C’è un giorno in cui tutto cambia è la storia di don Giovanni Cecchetto, prete vicentino, che da quarant’anni vive in sedia a rotelle dopo un incidente d’auto. Lui non aveva la patente ma un giorno un amico che lo accompagnava sbandò, uscì di strada e lui ebbe la peggio. Restò paralizzato agli arti inferiori. Ma non si perse d’animo.
Un amico giornalista, prete, cominciò a portarselo in giro per il mondo per i suoi reportage.
 
Don Giovanni ebbe il permesso dal Vescovo di Vicenza di abitare in una villetta di proprietà della diocesi e, riadattandola per sé, ha potuto iniziare ad ospitare persone con difficoltà anche simili alle sue.
 
Una ragazza divenuta disabile dopo un incidente in città, poco dopo essere arrivata dal Marocco a Vicenza, senza nessuno che la potesse accudire, ha conosciuto in ospedale don Giovanni che le ha aperto le porte di casa e oggi vive con lui.
 
Valeria Zorzetto, dopo un incidente in auto mentre andava a vedere un locale in cui passare con degli amici l’ultimo dell’anno, esce di strada e rimane paralizzata agli arti inferiori. Anche lei conoscerà don Giovanni, e da lui imparerà a non arrendersi e diventerà una sportiva. Proprio lei che non aveva mai avuto interesse per lo sport. Diventerà una campionessa di Tennis Tavolo, partecipando a 3 Olimpiadi. Dice Valeria “lo sport mi ha aiutato a conoscere una parte del mio carattere che non pensavo di avere: la grinta fino alla vittoria”. La prima competizione internazionale, i campionati europei 1997, andò male: “ma lì ho imparato ad incassare” dice. Don Cecchetto l’ha sempre sostenuta: “mi incoraggiava ad andare avanti, mi mandava messaggi e congratulazioni ad ogni risultato raggiunto”. 
 
“Lo sport rende felici” afferma con sicurezza Valeria. “Vincere o perdere ti accomuna agli altri, normodotati e no, perché condividi con tutti la tua storia”. 
 
“Alcuni riescono ad accettarsi, altri non ce la fanno, anche a distanza di anni; la maggioranza tuttavia ce la fa” afferma don Giovanni con la sua sicurezza mite “perché si rende conto che soprattutto oggi, a differenza di alcuni anni fa, si può vivere in modo autonomo, nonostante i limiti”.
 
Bisogna superare la tentazione di rinchiudersi e trovare degli amici come quelli di H81, l’associazione sportiva di cui don Cecchetto è stato cofondatore. Nel 1981, anno internazionale delle persone con handicap, “il primario del reparto di recupero funzionale dell’ospedale di Vicenza” ricorda don Cecchetto, “chiese a me e ad altri di dar vita ad un’associazione, sul modello di un sodalizio nato a Verona, per avviare i disabili allo sport”.
 
“Proponiamo loro l’attività sportiva, oltre a spingerli ad uscire insieme a noi, o suggerire come attrezzare la casa o che cosa fare per prendere la patente. La disabilità non è una malattia; con H81 si possono praticare molti sport, l’associazione infatti è in collegamento con diverse strutture sportive pubbliche e private, aperte al dialogo con la disabilità”. Innumerevoli i vantaggi fisici e psicologici per un ragazzo disabile che pratichi sport: capisci che la vita non è finita ma ne comincia una diversa”.
 
Dal giorno in cui accade l’imprevisto che gli cambierà la vita, don Giovanni dice di aver imparato a guardare la vita da un metro e mezzo di altezza, un punto di vista diverso che lo fa tornare più piccolo. L’andare in modo più lento gli consente di scoprire e osservare meglio l’altro. Di ascoltarlo con più tempo.
La sofferenza gli permetterà di essere più vicino ai malati, agli ultimi. Di essere più credibile.
 
E quando andrà a Lourdes, a Maria chiederà solo di poter continuare ad essere un prete, perché se lo avesse guarito si sarebbe vergognato troppo di fronte a tanti fratelli sofferenti anche molto più piccoli di lui.