SERVIZIO PER LA PROMOZIONE DEL SOSTEGNO ECONOMICO ALLA CHIESA CATTOLICA
della Conferenza Episcopale Italiana

Uniti nel Dono / Napoli: porte aperte per chi ha fame, di cibo e d’amore

Il Centro di accoglienza “Padre Elia Alleva” sfama e accoglie gli ultimi tuttol’anno. Ma senza i volontari, spiega il parroco padre Luciano, sarebbe impossibile offrire tutte le attività che il santuario del Carmine mette in campo ogni giorno
24 Aprile 2026

“Un primo, il secondo, una bottiglia d’acqua e quando c’è, anche il dolce”. Nella parrocchia dei padri carmelitani, nel cuore di Napoli, da 40 anni ogni giorno viene donato un pasto a chi ha bisogno. Ma senza i volontari, spiega il parroco padre Luciano, sarebbe impossibile offrire tutte le attività che il santuario del Carmine mette in campo ogni giorno. La storia è pubblicata su unitineldono.it a firma di Nicola Nicoletti.

“I napoletani si rivolgono a Lei col titolo di Mamma d’o Carmene e io, come parroco, sento il bisogno di seguirla negli insegnamenti evangelici: farmi vicino alle persone”. Padre Luciano Maria Di Cerbo, carmelitano dell’Antica Osservanza, è sacerdote dal 2003 e parroco dal 2019 del Carmine Maggiore, monumento magnifico e simbolo di fede conosciuto non solo a Napoli. “In questi anni ho vissuto il mio impegno come incontro quotidiano con la fragilità umana”, racconta mentre accompagna dei fedeli in chiesa. Bisogni di spiritualità e necessità materiali si incrociano a Napoli, in questo tempio dedicato a Maria. La basilica del Carmine è in una zona della città ricca di storia, ma anche di disagio sociale e degrado urbano. È tra il porto e la strada che conduce al centro, nel cuore della religiosità dei napoletani che arrivano qui per tante necessità, innanzitutto per essere ascoltati. “Vedo volti segnati da storie di disoccupazione, precarietà, dipendenze e solitudine”, spiega il sacerdote, pensando a tante vicende conosciute come parroco.

L’impegno verso i clochard e i senza dimora fa del santuario un porto sicuro per chi naviga in acque agitate. “Famiglie intere vivono con l’angoscia del domani e spesso la parrocchia diventa l’unico luogo dove sentirsi ancora persone e non problemi”, rivela padre Di Cerbo.

Ogni giorno i volontari sono impegnati in un servizio di ascolto per chi non sa dove andare. Il Centro di accoglienza “Padre Elia Alleva” sfama e accoglie gli ultimi 365 giorni all’anno. Al lato del santuario che si affaccia verso il mare, una lunga fila di donne, uomini e ragazzi provenienti da Africa, Europa dell’Est ma anche dalla stessa Napoli, attende che si aprano le porte per prendere il sacchetto con il cibo. “Un primo, il secondo, una bottiglia d’acqua e quando c’è, anche il dolce”. Padre Francesco Sorrentino spiega quello che ogni giorno viene donato ininterrottamente da 40 anni, mentre cerca di ordinare una fila impaziente di uomini e donne affamati.

Prima della pandemia gli ospiti entravano nei saloni, dopo il covid, anche per un numero di presenze sempre maggiore (dai 400 ai 600 pasti), i sacchetti per la prima colazione e il pranzo sono serviti all’esterno. “Come facciamo? È tutta opera della solidarietà”, affermano i volontari. Il furgone sull’esterno porta il pane fresco, mentre le cassette di acqua sono sistemate nell’interno dei locali. Panettieri, supermercati ma anche anziani e famiglie assicurano con la loro generosità che nessuno rimanga a stomaco vuoto. Parrocchie, scout e gruppi giovanili si alternano nel servire il cibo. Il reinserimento sociale per i detenuti a fine pena e la messa alla prova di donne e uomini che hanno sbagliato, sono un segno importante per dire che ognuno può ricominciare. Senza i volontari sarebbe impossibile offrire le attività che il santuario mette in campo ogni giorno.

Scopri questa, e altre storie, qui.