SERVIZIO PER LA PROMOZIONE DEL SOSTEGNO ECONOMICO ALLA CHIESA CATTOLICA
della Conferenza Episcopale Italiana

“Vi racconto la fede di Totò, mio padre”

24 novembre 2017

di LILIANA DE CURTIS e ELENA ANTICOLI figlia e nipote di Totò
Testi a cura di MARTINA LUISE  foto in esclusiva per gentile concessione della famiglia De Curtis

I ritmi implacabili a teatro, gli affetti familiari, la fede a tu per tu con i santi e la dedizione ai poveri. Questo era mio padre, che è stato sempre e intrinsecamente votato agli altri. In un certo senso era due persone, la più grande maschera italiana e Antonio De Curtis : “Ho grande rispetto di Totò – diceva – mi dà da vivere”. Già da piccolo al rione Sanità, imparò che il teatro rovesciava la sua realtà di povertà e solitudine: cresciuto da sua nonna Teresa, per farla sorridere ripeteva per lei i gesti della Messa, che da chierichetto conosceva bene. Anche così teneva lontana la ferita dell’abbandono dei genitori: quella nonna amorevole era infatti il contrario di sua madre Nannina (Anna Clemente), una ‘carabiniera’ che però non c’era mai, e di suo padre, il marchese Giuseppe De Curtis, che lo riconobbe solo quando Totò era ormai ventenne. Di quel bambino malinconico che era stato, diceva: “lo porto sempre per mano”.

L’eleganza personale o la mania per l’arredamento erano un modo per risarcire se stesso degli stenti e del poco affetto. Forse anche per questo suo passato, su noi familiari riversava infinite attenzioni e premure: con me il rapporto era protettivo fino all’eccesso. Non mi iscrisse neppure a scuola i primi anni, meglio insegnanti a domicilio. Lui lavorava senza sosta: perfino quando venni al mondo Totò era in scena, si assentò giusto il tempo di venire a conoscermi, poi tornò in palcoscenico. E così fu sempre: rientrato da teatro, tutte le attenzioni erano per mia madre Diana e me. C’era gran divario d’età tra loro, però li accomunavano l’amore e un’infanzia dolorosa. Una volta celebre, nella casa di Roma, ai Parioli, papà volle riunire tutti attorno a sé, compresi nonna Nannina e il marchese De Curtis. Tuttavia era indispettito dalle abitudini ‘veraci’ di lei, che gettava gli avanzi ai gatti dall’alto della finestra del cortile. E quando, in un’altra occasione, gli riferirono che uscendo dal palazzo la corpulenta nonna Nannina era caduta dalle scale e il portiere per risollevarla era dovuto ricorrere a una poltrona, divertito inventò la battuta ‘Issate la marchesa!’ che finì nel film Totò sceicco. Erano due tipi singolari i genitori di Totò: lei imponente, lui più minuto, con la fissazione di vestirsi di bianco e se pioveva di farsi prendere in braccio per non sporcarsi attraversando la strada.

Fuori dalle scene papà era estremamente riservato. E lo era anche nella spiritualità. Pregava in casa, anche perché per Totò non era semplice andare in chiesa con la famiglia, in raccoglimento e serietà, come voleva lui. Sia in Morto che parla che in Guardie e ladri rappresentò ironicamente un napoletano che parla con sant’Antonio. Ma il santo era davvero venerato in casa nostra, e con quell’immagine papà faceva lunghe chiacchierate. Se però le cose non andavano come avrebbe voluto, girava il quadro verso la parete. Era diretta e profonda la sua fede. Portava sempre con sé il Vangelo, un rosario di legno e aveva occhi per il prossimo. Fece difendere dal suo avvocato un poveretto che aveva rubato per fame. E poi ricordava il bene ricevuto: mi raccontò che quando ancora recitava senza compenso, in una sera piovosa d’inverno, dopo lo spettacolo chiese spiccioli all’impresario per pagarsi il tram, ma quello lo scacciò. Lungo la strada si riscaldò da una caldarrostaia e fissava le castagne per la fame. La donna gliene regalò qualcuna.

Quando anni dopo la rivide, Totò la volle aiutare. Spesso tornava al rione Sanità e soccorreva i poveri ma di notte, perché non voleva essere ringraziato. Anche a Roma, con la seconda moglie Franca Faldini, andava regolarmente in un orfanotrofio a portare giocattoli. Non scordò mai che da bambino non aveva mai ricevuto regali, nemmeno a Natale. Da piccolo ha vissuto proprio di niente e si è salvato col talento: mi raccontò che un giorno gli cucirono i calzoncini con la stoffa di un vestito fiorato della madre. Sceso in strada, gli altri scugnizzi lo bersagliarono e per la rabbia se li strappò: ma in quel momento arrivò anche un guizzo geniale e con le sue movenze snodate diede vita a una scena comica che conquistò tutti, la situazione era capovolta.

“Io mi dedico agli altri anima, corpo e frattaglie” diceva. E quest’attenzione ai meno fortunati l’ha trasmessa anche a noi. Per questo anche i proventi del nuovo libro (Totò mio padre, 2016) li abbiamo destinati ad un’associazione di Ussita, nelle Marche, per la ricostruzione post-terremoto. A lungo ho portato al collo il rosario di papà, con una sua foto. Poi l’ho donato al cardinale di Napoli, mons. Crescenzio Sepe: avevo appena perduto mia figlia Diana, era un momento difficilissimo, e nel Giubileo degli artisti celebrò una Messa per nonno e nipote.
(Qui prende la parola sua figlia Elena, nipote di Totò): “Mio nonno e mamma hanno avuto un legame sublime. Era l’unica che riusciva a rifare le mosse di Totò-burattino, indossava la sua bombetta, il suo frac e lo imitava: era un momento intimo tra loro, in cui finalmente Totò aveva trovato chi faceva ridere lui. Quando mia nonna, prima moglie di Totò, decise di andarsene, lui ne soffrì moltissimo.
Scrisse per lei “Malafemmena”, ma il legame restò così forte che tutti i guadagni percepiti per la canzone li donò a lei, che era stata la sua musa, e le comperò una casa. In quel momento di sconforto, mia madre bambina fu la sua roccia. Con un padre devoto ma possessivo il rapporto non fu semplice: così quando mamma si sposò diciottenne, Totò non venne alle nozze. La pace tornò con la nascita del primo nipote, anche perché non avrebbe mai potuto starle lontano. A lei Totò in punto di morte disse due cose: “portatemi a Napoli” e “io sono cattolico, apostolico e romano”, ricapitolando così la sua fede tenuta gelosamente lontano dai riflettori. Con la morte aveva dialogato tutta la vita. Addirittura con i primi risparmi si comprò una tomba, al cimitero del Pianto, dove oggi è sepolto, “per andarci ad abitare da morto” diceva. La poesia ’A livella, che di questo parla, è in dialetto perché, come amava ripetere, le cose più profonde le scriveva in napoletano. Aveva la sicurezza della resurrezione e di una vita nell’aldilà, e quella ‘coabitazione’ con la morte nutriva la sua capacità di far ridere demolendo sopprusi e manie di grandezza, le ‘pagliacciate dei vivi, malati di fantasia’.

50 ANNI DOPO

Totò, uno e centomila

E’ stato il maggiore comico italiano di tutti i tempi ma soprattutto un uomo di profonda umanità. Sempre attento ai “pezzenti”, Totò (Napoli 15 febbraio 1898 - Roma 15 aprile 1967) debuttò giovanissimo in un teatro napoletano. Dopo essersi trasferito a Roma, nacque la celebre maschera del burattino disarticolato con cui si impose al pubblico cinematogra-fico (girò un centinaio di film), tv e teatrale. Autore di canzoni e poesie indimenticabili, Totò ricorda qualcosa di Charlot, di Petrolini ma il suo stile resterà per sempre irripetibile. Così come il suo enorme animo.

Lo sa bene la figlia Liliana De Curtis (nata nel 1933 dal matrimonio con Diana Rogliani), che ha speso la vita a documentarne la grandezza. Attrice e scrittrice, ha curato diverse monografie sul padre tra cui Malafemmena e Io lo conoscevo bene. “Caro Papà, te ne sei andato molti anni fa - scrive - eppure sei più vivo che mai, non soltanto nel mio cuore, ma anche in quello del tuo pub-blico. Il patrimonio umano e artistico che hai lasciato su questa Terra alimenta tante persone. A me dà la forza di andare avanti tra le mille difficoltà della vita”. Così è anche per noi, 50 anni dopo la scomparsa di un attore travolgente.
Laura Novelli